Il trucco è mettere in chiaro la differenza tra ciò che voi volete che accada e quello che sapete che accadrà.


sabato 2 giugno 2007

GUIDA AL BILANCIO D’ESERCIZIO

2. Bilancio e mercati finanziari

Nei maggiori paesi industrializzati il lavoro dell’analista è oggi facilitato in vari modi. Le società sono tenute dalla legge a presentare i bilanci entro determinate scadenze, attenendosi a rigorosi principi di presentazione. In molti casi questi ultimi devono essere verificati da revisori dipendenti che li esaminano alla luce dei principi contabili, statuiti dalla legge ed interpretati dagli organismi professionali.
Ogni qual volta le società si presentano al pubblico dei risparmiatori, per invitarlo a sottoscrivere azioni o a comprare obbligazioni, passano sotto il vaglio delle autorità di controllo sulla borsa e devono convincere le società di rating e gli investitori istituzionali della bontà dei titoli che emettono. Infine, la grande disponibilità di dati aggregati, relativi ai bilanci e all’andamento economico di ogni settore dell’economia consente di confrontare l’azienda sotto esame col gruppo delle sue concorrenti. Tuttavia la situazione che è stata espressa non è comune: in realtà tutti gli elementi descritti si presentano soltanto in mercati finanziari estremamente sviluppati,
come quelli americani, alcuni mercati europei e dell’Estremo Oriente. Questo non avviene ancora del tutto in Italia, dove però la situazione è oggi sicuramente migliore di diversi anni fa, quando entrò in vigore la «miniriforma delle società per azioni». Da allora si è parlato molto e molto si è anche fatto in tema di revisione contabile, di informativa societaria, di direttive europee, di sviluppo della borsa e, negli ultimi tempi, le banche di affari (merchant bank) e le privatizzazioni
hanno ulteriormente accresciuto le esigenze di migliori e più tempestive informazioni sui conti aziendali. Si era promesso al lettore uno scritto pratico, con la modesta ambizione di far cadere qualche velo di mistero che circonda il bilancio e non vorremmo intimorirlo cominciando con considerazioni di prospettiva storica. Ma, a dire il vero, il primo mistero intorno ai bilanci e alla loro leggibilità riguarda proprio i grandi temi di politica della borsa e delle società che si dibattono in Italia. C’è molta confusione su quale sia l’informazione che serve, che cosa induca le imprese a
produrla e quale sia il ruolo dello Stato in tutto questo. Innanzi tutto, bisogna dividere il problema in due: un conto è chiedersi perché e come l’impresa produca informazioni contabili, altra cosa è stabilire se lo Stato debba o no regolare questa produzione di informazioni. In un mondo senza leggi sul bilancio, senza tasse e senza azionisti, l’impresa produrrebbe informazioni per due motivi:
• perché servono alla gestione;
• perché vengono richieste da enti o persone esterne.
Le informazioni contabili sono essenziali per la gestione degli affari e infatti la buona pratica» contabile è vecchia quanto i rasonati della Venezia del ‘500 e nasce e si sviluppa ben prima dell’obbligo legislativo.
Dall’esterno le informazioni vengono chieste all’impresa quando questa cerca credito, presso le banche o i fornitori, o quando qualcuno vuole comprarla.
Come verificare la corrispondenza dei dati forniti alla situazione reale dell’impresa?
In un mondo piccolo, dove tutti si conoscono e il debitore è vicino, ci si baserà sulla raccolta di informazioni e sulla richiesta di garanzie. In una realtà più ampia, questo non è più possibile, e diventa necessario poter fare affidamento sul bilancio.
È naturale, allora, che nasca una categoria di professionisti indipendenti che esaminano il bilancio e ne garantiscono la ragionevolezza.
Si tratta di un lavoro che gli accountants inglesi hanno fatto per tutto il diciottesimo e diciannovesimo secolo, ben prima che la revisione contabile diventasse obbligatoria.
Dal punto di vista del benessere collettivo una costruzione di questo genere si regge finché l’impresa vuole o deve avere rapporti con pochi enti o individui esterni, per i quali il costo relativo di raccogliere informazioni è limitato e la perdita derivante da un cattivo affare non è mai drammatica per il loro bilancio.
La legge, con norme sulla redazione del bilancio e sulla sua verifica indipendente, entra in gioco proprio quando ci si rende conto che è opportuno stabilire standard contabili al fine di tutelare e informare anche i molti creditori e azionisti per i quali, altrimenti, i costi d’informazione e il rischio sarebbero tali da scoraggiare l’accesso al mercato.
Imponendo la corretta registrazione dei fatti amministrativi, si cerca di garantire che il patrimonio dell’impresa possa essere conservato per pagare i creditori in caso di fallimento e che le effettive condizioni di redditività vengano presentate agli azionisti cioè alla molteplicità di proprietari attuali e futuri. Anche se è difficile fare generalizzazioni, si può dire che negli ultimi cinquant’anni, l’intervento pubblico nella regolamentazione dell’informativa societaria si sia ampliato, così come ne sono stati ampliati gli obiettivi.
Sempre più spesso la legislazione societaria collega le norme sulla redazione e diffusione del bilancio a norme organizzative dei mercati finanziari, basandosi su un ragionamento che si svolge sostanzialmente in tre parti.
La prima è che un maggiore accesso delle imprese ai mercati finanziari è sicuramente uspicabile.
La seconda è che un mercato finanziario (dove si incontrano coloro che hanno soldi e coloro che ne hanno bisogno) per funzionare bene deve essere, fra l’altro, ampio.
E perché il mercato si allarghi, è necessario che anche il pubblico dei risparmiatori, in prima persona o attraverso intermediari, si rivolga alla borsa per collocare i propri risparmi.
La terza è che questo allargamento si realizza se la legislazione, oltre a garantire l’ordinato andamento del mercato, impone la diffusione delle informazioni da parte delle società quotate, riducendo così i costi di ricerca che gli individui devono sostenere.
È un ragionamento corretto? In larga parte sì.
In realtà i legami fra lo sviluppo dell’informativa societaria e l’evoluzione dei mercati finanziari sono più complessi e, se vogliamo, più ricchi di quanto non sembri.
Sono più complessi perché la regolamentazione per legge dell’informativa di bilancio (disclosure) non è, di per sé, una condizione né necessaria né sufficiente per l’esistenza di un mercato finanziario.
Quando è nata la Securities and Exchange Commission (il corrispondente americano della nostra Consob) negli Stati Uniti ed è stata imposta la revisione contabile dei bilanci e la produzione di una vastissima quantità di informazioni alle società quotate in borsa, sia i revisori sia la borsa esistevano già.
Questo perché, come si è visto, la diffusione delle informazioni è un comportamento che all’impresa viene chiesto, prima che dalla legge, dagli enti o dal pubblico ai quali l’impresa si rivolge per ottenere finanziamenti o capitale. Ma i collegamenti fra informativa societaria e mercati finanziari sono anche più ricchi di quanto non si creda perché, a lungo andare, è lo stesso mercato finanziario (grazie alla numerosità ed esperienza degli operatori che vi lavorano e ai maggiori incentivi alla disclosure che offre alle imprese) a produrre nuove, sintetiche informazioni che possono aiutare l’investitore nelle sue scelte. Vediamo qualche aspetto di questi
legami.
La disclosure, innanzi tutto, prima che una forma di tutela è una cultura. Cultura amministrativa, nel senso che in un’impresa moderna è impensabile produrre cattiva informazione contabile, proprio perché sul sistema di controllo interno e sulla bontà delle informazioni si basa tutta la gestione. Ma anche cultura dei rapporti fra impresa e ambiente esterno, che nella loro ampiezza e complessità rendono difficile ma anche poco conveniente la pratica della segretezza.
In secondo luogo è uno strumento di lavoro destinato, appunto, agli addetti ai
lavori. Ciò non significa che i bilanci non vengano redatti in un certo modo e revisionati per il bene del risparmiatore; significa piuttosto che nei mercati finanziari evoluti non è il risparmiatore che «digerisce» la massa di informazioni che le imprese trasmettono all’esterno. I veri utenti dei bilanci e dei prospetti che li compongono sono gli analisti finanziari, gli agenti di cambio, le società che operano in borsa come sottoscrittori e collocatori di titoli presso il pubblico (i cosiddetti underwriters), gli investitori istituzionali. Loro hanno le risorse, le capacità
tecniche, il tempo di seguire le società e il settore in cui operano.
Questo spiega come mai l’aspetto utile del lavoro di revisione non stia solo e non tanto nel dire che «l’utile d’esercizio è proprio quello che sta scritto nell’ultima riga del conto economico» quanto piuttosto nel verificare che tutte le informazioni siano corrette, adeguate, complete. Ma, dicevamo, lo stesso mercato finanziario, se funziona bene, produce le informazioni utili agli investitori. Innanzitutto, se il mercato è sufficientemente «ampio, profondo ed elastico» da non essere esposto alle pressioni speculative, l’andamento di borsa dei titoli quotati è realmente una grandezza sintetica e rappresentativa della redditività e del rischio connesso a ogni titolo.
Ciò è di enorme importanza, perché significa che l’informazione più rilevante
viene prodotta senza obblighi di legge e senza aggravio significativo di costi amministrativi.
In secondo luogo, gli stessi grandi operatori che agiscono sul mercato «trasformano» le informazioni che ricevono (dalle imprese, dalle società di previsione economica, dalle statistiche nazionali) in altre informazioni. È il caso, per esempio, delle società che danno un «voto» alle imprese che vogliono emettere titoli sulle principali borse, valutandone la capacità di onorare il loro debito. Oppure di quelle che, anche attraverso abbonamenti a riviste specializzate, orientano i piccoli risparmiatori nelle scelte di investimento. Sulla base del rating ottenuto dalla società, si determinano le condizioni del prestito e, in sostanza, il costo che questa dovrà sostenere per ottenere le risorse dal mercato. A rating migliore corrisponde un grado di affidabilità migliore e un tasso inferiore di interesse sul debito perché, come noto, le componenti del saggio di interesse sono essenzialmente due: il costo dell’intermediazione del denaro e un «premio» a copertura del rischio di insolvenza.
Infine, in un mercato finanziario evoluto il «rischio di sbagliare» è frazionato e sostenuto da operatori estremamente specializzati. La sottoscrizione e il successivo collocamento dei titoli presso il pubblico è una delle tipiche funzioni delle merchant bank che, nello svolgere questo compito, agiscono come tramite fra l’impresa, il pubblico e gli investitori istituzionali (fondi pensioni, società d’assicurazione e fondi d’investimento).
Queste osservazioni possono dare al lettore l’impressione che, di fatto, una legislazione
che imponga una buona informazione societaria sia tutto sommato irrilevante.
Al contrario, è essenziale, perché, come dimostra l’esempio dell’Italia, l’imposizione della legge consente di forzare i tempi di uno sviluppo che altrimenti richiederebbe molti più anni. Di contro, la legislazione persegue talora obiettivi diversi, privilegiando destinatari particolari quali, ad esempio, il fisco, e si sovrappone, prevaricandole, alle regole della corretta informativa. Questo argomento sarà ripreso nell’ultima parte del libro.
L’esperienza di altri paesi dimostra comunque che molto più della legislazione può fare l’evoluzione della cultura e dei mercati finanziari. Da questo punto di vista il lettore italiano ha qualche ragione per essere ottimista. Da un lato, la cultura della disclosure è oggi molto più diffusa fra le imprese e i risparmiatori di quanto non fosse alcuni anni fa, quando la «miniriforma» delle società per azioni fu introdotta. Peraltro, la borsa italiana, grazie anche alla privatizzazione di importanti aziende pubbliche e all’accelerazione del processo di concentrazione di più imprese, ha conosciuto un incredibile sviluppo nell’intermediazione finanziaria che ha creato le premesse professionali e istituzionali per un’evoluzione dei mercati finanziari italiani verso i modelli anglosassoni.

Un prodotto del Sole 24 Ore

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